Storia del tatuaggio polinesiano.

La parola tatuaggio deriva dal polinesiano “Tatau” che letteralmente significa battere o marchiare.

Dal punto di vista del significato sociale e culturale il tatuaggio è da sempre stato per i Polinesiani un simbolo di bellezza, nonchè un modo per indicare status familiari o sociali. Al contrario di quello che verrebbe spontaneo pensare era piu’ importante per l’uomo che per la donna.

E’ alle isole marchesi che quest’arte ha raggiunto il suo culmine per raffinatezza e bellezza. Spesso i Marchesiani erano completamente tatuati, viso compreso.

Un viso tatuato era attraente per una donna, incuteva timore al nemico e infondeva coraggio al guerriero.

I motivi decorativi che venivano usati erano presi per la gran parte a prestito dalla natura : i più diffusi erano sicuramente rappresentazioni di piante, animali, ed elementi naturali, o anche rappresentazioni di spaccati di vita sociale come i combattimenti, le armi, le conquiste, i sacrifici umani.

Spesso questi elementi venivano sintetizzati : la dentatura degli squali ad esempio era disegnata con una serie di piccoli triangoli .

Molto diffusa era anche la rappresentazione del corpo umano, spesso soffermandosi su dei precisi particolari, come gli occhi, le mani ecc.
L’organizzazione dei tatuatori non era per nulla superficiale, essi avevano a disposizione una sorta di “campionario” con i propri disegni riprodotti su pietra o su legno, in modo che fosse possibile scegliere o addirittura comporre il proprio ornamento.

Presso le isole Tuamotu (Polinesia francese) solamente gli uomini potevano essere tatuati completamente, per le donne invece era prevista una decorazione a fascia intorno alle braccia e alle gambe.

Alle isole Gambier il tatuaggio era obbligatorio per gli uomini.

La tecnica samoana, non praticata in Italia, è molto dolorosa. Il dolore è ciò che differenzia il passato e il presente di tale arte! Un tempo il dolore e il sangue erano elementi fondamentali, facevano parte del rito stesso in quanto segnavano il passaggio, rendevano ancora più forte il significato del tatuaggio stesso!

Gli antichi artisti polinesiani (i Tahu’a tatau) per incidere la pelle usavano una sorta di bisturi chiamata tatatau. Questo attrezzo era formato da un manico di legno e una punta che poteva essere il becco o l’artiglio di un uccello o il dente di un pescecane. Spesso, per costruire più in fretta una parte del disegno, il bisturi aveva da tre a venti punte separate.

I più fantasiosi riuscirono a costruire delle punte cave in modo da avere a disposizione un piccolo serbatoio per l’inchiostro.
Le tinte erano scure, nere tendenti al verde o al marrone, e si ottenevano con carbone diluito in acqua o in olio. Per garantire la tenuta dell’inchiostro, la mistura veniva completata con zucchero di canna o succo di noce di cocco.

All’inizio il Tahu’a tatau disegnava la figura con un bastoncino carbonizzato; successivamente, con il bisturi, battuto (da qui l’origine del termine tatau che vuol dire “battere”) con un pezzo di legno, provocava una serie di tagli sulla pelle che venivano subito coperti con una striscia di inchiostro. Alla fine dell’incisione, la pelle tatuata veniva trattata con succo di banana o di Ahi Tutu (l’albero del sandalo) e gentilmente accarezzata con foglie e spugne per lenire l’irritazione.

La cerimonia durava diverse ore, ma per i disegni più complessi ci volevano anche alcuni mesi.

Solitamente i tatuaggi venivano costruiti in modo da essere ampliati successivamente, dopo un matrimonio, un figlio o un’impresa valorosa: un tatuaggio, in teoria, non si concludeva mai.

Proprio per questo, a causa dell’impossibilità di poterli ampliare, sembra che i cerchi concentrici o le spirali siano motivi appartenenti a un’epoca decadente dell’arte dei tatuaggi.

I motivi possono essere classificati in quattro categorie, quelli destinati agli “dei”, agli stregoni, al re e ai suoi discendenti; i tatuaggi per i capi, uomini e donne; quelli per i guerrieri, gli artisti, i navigatori e, infine, quelli per il popolo, le persone senza origini nobili. Alcuni disegni sono giunti intatti fino a noi, il Papai Taputua e l’Urupo’o, applicabili sulla schiena, l’A'ie sulle natiche, l’A'ie Aro sulla faccia.

Varcata la soglia dei 14 anni i ragazzi polinesiani potevano far eseguire sul loro corpo il primo tatuaggio. Essere tatuati significava maturare, diventare uomini o donne.

Tatuaggio realizzato da Jona Tattoo Art Tolentino (mc). Visualizza la scheda.

 

Fonte: http://salvotattoo.jimdo.com/le-tecniche-del-tatuaggio-polinesiano/

Autore: Valentina Gala

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