Il metodo giapponese è uno dei più complicati e controllati del mondo non solo per le tecniche ricche di storia e tradizione, ma anche per il complesso e spirituale cerimoniale a cui sia il Maestro che il cliente devono attenersi: tutto inizia con una visita del cliente a casa del Maestro, che può accettare o, come succede spesso, rifiutare la richiesta. Il rifiuto è dovuto al fatto che i Maestri non vogliono assolutamente creare opere che possano rendere la loro arte inferiore, spinti anche dalla volontà di creare un pezzo unico, quasi impossibile da riprodurre con macchinetta.
Il Maestro tatuatore utilizza vari tipi di hari che variano da punta a singolo ago a punta a trenta aghi. Sono fissati, formando linee parallele o un mazzetto circolare, in un’impugnatura che può essere in legno, avorio o bambù e legati a questa con un sottile filo. Per le linee di contorno vengono usati due o tre aghi, per il bokashi (tecnica delle ombreggiature) viene utilizzata l’impugnatura più grossa, su cui sono montati fino a venti o trenta aghi. Per quanto riguarda i colori uno dei più importanti è sicuramente l’inchiostro nero India (il sumi) che è utilizzato per il sujibori, ma sono molto usati anche il rosso, l’indaco, il giallo e il verde. Combinando questi colori si ottengono vari effetti di ombreggiatura.
Molte delle tecniche utilizzate nell’arte del tatuaggio giapponese sono ricordano quelle che venivano impiegate dagli autori di stampe: un sistema di linee tracciate e ampie zone di colore. Una volta deciso il soggetto da tatuare, vengono prima tracciate con un pennello le linee del disegno sul corpo, poi si ripassano queste linee con gli aghi, dando vita così al tatuaggio. Quando inizia il suo lavoro il Maestro tende la pelle da tatuare tra il pollice e il mignolo della mano sinistra per evitare che ceda alla pressione dell’ago. La mano destra invece impugna il manico al quale sono legati gli aghi. Anche i pennelli per l’inchiostro vengono tenuti in modo particolare: il pennello infatti funge da calamaio, intinto di pigmento viene tenuto dal dito medio della mano sinistra in modo da essere a portata di mano quando si esaurisce il pigmento sugli aghi.
La pelle viene così punta con gli aghi intinti di colore a una velocità che vai dai 90 ai 120 colpi al minuto. Gli aghi entrano nella pelle obliquamente, con minore violenza ma provocando un molto dolore. Diffusa è la notizia che per tatuare alcune parti del corpo, come inguine, ascelle o pene, alcuni Maestri univano della cocaina al colore come anestetizzante.
Attualmente anche in Giappone si è diffuso l’utilizzo delle macchinette elettriche per tracciare più velocemente il contorno del disegno, ma si cerca comunque di mantenere quel tocco di tradizione applicando a mano le sfumature di nero, di grigio e dei vari colori.
Grande Maestro ed esperto di tatuaggi giapponesi è Horitaka, allievo di Horiyoshi III, ha il suo studio in California e tatua con grande maestria sia con la tecnica occidentale a macchinetta, sia con la tecnica manuale giapponese irezumi.
Autore: Valentina Gala








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