Storia del Tatuaggio giapponese. Irezumi.

Iniziamo oggi un viaggio in quella che è la cultura giapponese e la presenza dei tatuaggi in tale cultura. Un excursus completo tra storia, tecniche e strumenti riguardanti i tatuaggi giapponesi e di volta in volta parleremo del significato dei singoli simboli.

I tatuaggi giapponesi hanno sempre avuto un certo fascino. Tutti conoscono l’ attitudine del popolo nipponico alla perfezione e alla puntigliosità, caratteristiche che si riversano anche nei loto tattoos. Niente è lasciato al caso, ogni sfumatura è ponderata secondo precisi criteri, la posizione e la scelta di ciascun oggetto animato o meno è studiata al fine di rendere ancora più carico di significato il tattoo che, anche solo al primo fugace sguardo, risulta essere un’opera d’arte. Anche gli abbinamenti, chiamati Kara-jishi, seguono criteri precisi, spesso classici: il dragone viene preferibilmente raffigurato insieme al crisantemo, il leone insieme alla peonia, le maschere hannya insieme ai serpenti e ad altri simboli buddisti.  Ed è proprio questo complicato intreccio di simboli e l’uso di immagini specifiche a fare da struttura al tatuaggio giapponese.

In Giappone i tatuaggi sono chiamati Irezumi (“ireru” inserire – “sumi” inchiostro) o Horimono (“horu” inscrivere – “mono” qualcosa) . I due termini danno un’accezione differente al tattoo in base alla classe sociale, al significato e allo stile di vita, ma entrambi esistono con scopi decorativi e spirituali.

La nascita del tatuaggio giapponese (che secondo alcuni è avvenuta per influenza delle culture polinesiane) risale al VI secolo a.C. informazione deducibile dal ritrovamento, all’interno delle tombe Kofun nella regione de Kinki, di statuine di terracotta appartenenti al periodo haniwa. Le statuine non celano i segni di tatuaggi sul volto. Altro antico testimone del’Irezumi è argomentata nell’antologia imperiale Nihon Shoki (720 d.C.). L’Imperatore Richū ordinò di tatuare di nero la zona vicina all’occhio destro della salma di un capo clan traditore della corte.

La Cina dei Tang del VII secolo fu di grande ispirazione per il Giappone. Tra le tante caratteristiche della cultura cinese che il Giappone importò c’era anche l’accezione “losca” del tatuaggio. Il tatuaggio divenne così punitivo: marchi indelebili sulla pelle del criminale, come strisce nere sulle braccia o addirittura l’ideogramma di un “cane” sulla fronte, lo condannavano all’isolamento dal resto della comunità, introducendolo così nella categoria dei reietti e dei criminali.

All’inizio del periodo Tokugawa il tatuaggio divenne peculiarità distintiva anche di altre categorie sociali. Il tema dell’amore sia dichiarato che passionale e segreto acquisì il suo simbolo. Amanti o compagni si tatuavano un punto nero sulla mano, al centro tra l’attaccatura del pollice e il polso, così da creare un punto di unione esclusivo nella semplice e conosciutissima stretta di mano.

L’abitudine odierna di tatuarsi sul corpo il nome dell’amato/a era già in uso all’epoca. Si tratta del Kishibori, l’uso del tatuarsi l’ideogramma di “vita” e il nome del destinatario dei propri sentimenti. Un’abitudine romantica che non negava la recessione del “voto”  e quindi la dolorosissima rimozione del tattoo con l’applicazione di moxa.

Come spesso è capitato nelle storie delle culture anche l’uso degli Irezumi ebbe degli alti e dei bassi. Caddero in disuso fino alla seconda metà del 1700 per poi rifiorire nel 1800 quando venne pubblicata “La nuova edizione illustrata dei Suikoden” opera ispirata ad una storia cinese di un gruppo di briganti-eroi che si ribellarono alla corrotta burocrazia. Le ricche illustrazioni curate da Katsushika Hokusai raffiguravano i personaggi della storia i quali avevano dei tatuaggi sul corpo. Furono proprio       questi tattoos, raffigurati con perfezione, ad ispirare i giapponesi facendo crescere in loro la voglia di emulare i personaggi del Suikoden. Ebbe così vita una nuova diffusione dell’Irezumi.

Singolare fattore della nuova diffusione del tatuaggio giapponese fu la nascita del rinomato corpo dei pompieri di Edo (oggi chiamato Tōkyō). Le loro attività di salvaguardia della città rappresentavano valori molto simili appartenenti ai protagonisti di Suikoden. Adottarono così anch’essi la pratica del tatuaggio. I loro tattoos coprivano tutto il corpo, lasciavano “nudi” solo mani testa e piedi. I temi rappresentati erano simboli di acqua (carpa o dragone) come buon auspicio per il loro lavoro.

Arriviamo così al XIX secolo. La relativa iconografia dell’Irezumi prevedeva la copertura totale della schiena, glutei e metà coscia. Il petto vede scoperta solo la parte centrale. Anche tale uso subì un duro colpo poiché venne prima considerato immorale e poi, come accadde all’inizio del periodo Meiji, con l’apertura del paese all’occidente nacque la paura che tale uso dei costumi autoctoni poteva apparire ridicolo all’occhio occidentale. Ma siccome non tutti i mali vengono per nuocere fu proprio questo scambio culturale a risollevare le sorti dell’Irezuma. Furono proprio gli stranieri a favorire la risalita di questa iconografia prima continuando la tradizione in segreto e per trasmissione verbale, poi diventando i nuovi clienti dei maestri d’arte del tatuaggio giapponese.

Uno dei più grandi maestri giapponesi ancora in vita è Horiyoshi III. Qualche tempo fa vi abbiamo proposto un articolo interamente dedicato a lui. In occasione di questa rubrica dedicata alla storia, alle tecniche e ai significati dei tatuaggi giapponesi ci sembra opportuno il rimando al grande maestro. Troverete l’articolo cliccando qui Horiyoshi III.

Autore: Valentina Gala

Fonti: Punto J

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